giovedì 5 luglio 2012
Mafia: Mons. Montenegro, arcivescovo di Agrigento, la combatte così!
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venerdì 15 giugno 2012
Confindustria, il pizzo e Berlusconi: viva la mafia!
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martedì 1 febbraio 2011
Il nemico n° 1 dell'Italia: Berlusconi Silvio.
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giovedì 23 settembre 2010
Berlusconi, Cosentino e la lotta alla mafia
Pubblicato da Michele Farina alle 16:34 0 commenti
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lunedì 12 luglio 2010
Napoli, Chiesa e camorra: la chiesa con la "c" minuscola.
E’ il caso del parroco della chiesa di S. Maria della Provvidenza nel rione Don Guanella a Scampia, Napoli, un prete tutto pelle e ossa che sfodera un energia incredibile quando si tratta di proteggere i ragazzi e di contrastare non solo la mentalità mafiosa ma anche i camorristi stessi.
Si chiama Don Aniello Manganiello e dal 1994 ha fatto delle strade di Scampia e Secondigliano la sua casa. E si, perché lui non si limita ad officiare messa all’interno delle mura della sua chiesa, lui è per strada a portare speranza a chiunque ha la fortuna di incontrarlo. O almeno questo è quello che ha fatto senza risparmiarsi fino ad oggi, oggi che i vertici ecclesiastici hanno deciso che è meglio trasferire questo indomito prete lontano, da un’altra parte.
Normale avvicendamento dicono, decisione politica poiché ha fatto più lui con pochi e poveri mezzi piuttosto che tutte le amministrazioni cittadine messe insieme, si legge.
E la gente di Scampia? Chi ci pensa a loro? Chi glie lo spiega che le istituzioni, dopo averli abbandonati, ora allontana una delle poche speranze del quartiere perché gli causa imbarazzo e mette in luce le sue manchevolezze?
Ma partiamo dal principio.
Don Aniello Manganiello è un prete dell’ordine Guanelliano. Lo stesso anno in cui Don Peppe Diana viene barbaramente ucciso a Casal di Principe per il suo impegno nel salvare i giovani dalla camorra, lui accetta di diventare parroco di Scampia e Secondigliano, quartieri che non hanno bisogno di presentazioni per sapere che si tratta dell’inferno, territori malati tenuti in ostaggio dalla camorra. Da che è arrivato in questi luoghi Don Aniello non si è dato un attimo di sosta, non è mai stato con le mani in mano, non sarebbe stato possibile qui. Si è prodigato in mille modi per dare una reale e concreta alternativa ai giovani, l’hanno minacciato, boicottato, ma lui non si è mai fermato. Agli scissionisti e agli uomini del clan Di Lauro, che fino al suo arrivo non avevano avuto rivali nel predominio del territorio, don Aniello ha imposto caparbiamente la sua presenza. O gli sparavano un colpo in pieno volto, rischiando però di far scoppiare una sommossa da parte dei cittadini di cui ha saputo conquistare l’amore e il rispetto, o lo sopportavano cercando altre strade per liberarsi di lui. Non ci si aspettava che fossero proprio gli alti prelati a correre in soccorso dei camorristi levandogli questa spina dal fianco.
Don Aniello nel frattempo continua a tuonare dal pulpito facendo nomi e cognomi, durante l’omelia parla di pizzo e droga, rifiuta di dare la comunione ai camorristi. Ha organizzato una squadra di calcetto composta da scugnizzi che personalmente va a prendere per le strade del quartiere, ha messo in piedi un semiconvitto diurno per togliere i ragazzi dalla strada, aperto a chiunque ne abbia bisogno. Lui è quello che si dice “un uomo con le palle”, ha fatto (e lui vorrebbe tanto continuare a fare) quello che quasi tutti noi non avremo mai il coraggio di fare.
E allora perché? Perché?
La speranza che don Aniello ha dato ai ragazzi di Scampia non può essere a termine, non si può interrompere questo percorso che tanti risultati ha dato.
Non c’è burocrazia che tenga, se Don Aniello verrà trasferito a vincere sarà stata la camorra e a perdere, prima ancora della gente di Scampia e Secondigliano, sarà stata la chiesa, quella con la “c” minuscola. Avrà perso la fiducia ma avrà anche definitivamente smarrito l’intimo significato della dedizione verso il prossimo che invece Don Aniello così degnamente incarna.
di Susanna Ambivero
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mercoledì 23 giugno 2010
Liberarete, maratona il 1 Luglio per la libertà di stampa.
Aderiamo anche noi! Non c'è democrazia senza libertà!

P.S. Per ulteriori informazioni e documentazioni sull'argomento cfr. il post riguardante l'appello alla mobilitazione contro il ddl sulle intercettazioni.
Pubblicato da Michele Farina alle 17:58 0 commenti
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lunedì 24 maggio 2010
Come sarebbe l'Italia se non ci fosse stato Berlusconi?
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martedì 11 maggio 2010
Saviano Roberto e Fede Emilio : il giornalista ed il ruffiano.
P. S. Girando il web,ho notato questo commento che non posso fare a meno di pubblicare :
Anche quando Silvio gli pesta le palle,gridano osannanti:
" SILVIO non può sbagliare,la colpa è nostra che gli abbiamo messo le palle sotto i tacchi ".Che ridere!
Pubblicato da il pungiglione alle 20:08 0 commenti
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domenica 9 maggio 2010
Ddl sulle intercettazioni. Appello alla mobilitazione.
Pubblicato da il pungiglione alle 13:03 0 commenti
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sabato 23 gennaio 2010
Inchiesta Mediatrade: berlusconi indagato.
Se così fosse ( e così sarà), è legittimo farsi l'idea che veramente Berlusconi si sia reso responsabile dei reati che gli vengono contestati?
Nell'ipotesi, che ritengo assurda, che le accuse che vengano mosse al Berlusconi nascano da soli fini politici e che esse, poi, si rivelino fondate e veritiere, ritenete che di esse ( le accuse poi provate e documentate) non si debba tener conto, data la loro genesi, o no?
In altre parole, gli eventuali reati di Berlusconi, una volta provati, conterebbero solo e soltanto una volta esaminata e verificata la apoliticità delle fonti di accusa? E chi dovrebbe farla questa verifica, Berlusconi o i suoi sodali?
Riflettete gente, riflettete.
Pubblicato da Michele Farina alle 14:14 10 commenti
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mercoledì 9 dicembre 2009
Silviuzzo e la mafia.
Non so se valga la pena di ribadire che gli arresti non li fa il governo, né tantomeno Berlusconi, ma gli organi di polizia coordinati e diretti dai magistrati che conducono le indagini e poi firmano i provvedimenti di arresto e custodia cautelare. Quegli stessi magistrati, nel mirino dei clan mafiosi, oggetto un giorno sì e l'altro pure di attacchi dello stesso Berlusconi ed altri autorevoli esponenti del suo governo, che adesso ha pure il coraggio di vantarsi di questi arresti eccellenti.La cosa è di tale lampante evidenza che qualche lettore potrebbe offendersi della elementare ovvietà delle mie informazioni e protestare per l'insulto alla propria intelligenza!
Ma se, anche se solo per un solo istante, volessimo aderire alla tesi del giornale, verrebbe da chiedersi come mai allora i 2 boss non sono stati arrestati prima, cosa mai sarebbe loro successo se Berlusconi non fosse stato pressato dalla necessità di dover dimostrare la sua lotta alla mafia con il loro arresto ed infine perchè non ordina, perchè pare dipenda solo da Lui, l'immediato arresto di tutti i mafiosi?
La verità è una sola: un politico, anche se si chiama Berlusconi, può e deve dimostare la propria volontà di combattere la delinquenza organizzata in generale in un solo modo e cioè con il proprio comportamento, con le proprie azioni.
Il continuo sottrarsi ai procedimenti giudiziari, la formulazione e l'approvazione di ben 18 leggi ad personam ( volte cioè alla sua personale tutela a scapito degli interessi dello Stato e dei cittadini), la sua provata frequentazione di personaggi mafiosi ( Dell'Utri, Mangano, ecc.), il minimizzare ( Berlusconi in un suo viaggio in Russia disse che la mafia coinvolgeva non più di 200 persone) ed il " normalizzare" ( il suo Ministro Lunardi -2° governo Berlusconi- disse che con la mafia gli Italiani dovevano imparare a convivere) il problema della mafia costituiscono,invece, le azioni che dimostrano l'assenza di qualunque intenzione di debellare il male mafioso, anzi!
Pubblicato da il pungiglione alle 18:03 5 commenti
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lunedì 23 novembre 2009
Aste per i beni confiscati alle MAFIE
Se e quando la camera dei deputati, con la centesima votazione di fiducia, darà il via libera alla finanziaria che, incredibilmente, contiene una norma che prevede la possibilità di mettere all’asta i beni e i terreni sequestrati a mafiosi e camorristi,questi, magari attraverso un presta nome, potranno riacquistare i beni che poliziotti e magistrati erano riusciti a sequestrare e a restituire all’uso pubblico? Sì, potranno farlo! Ciò potrà avvenire, però, solo per i beni ai quali non sarà data destinazione entro tre o sei mesi.
E' facile immaginare, grazie alle note capacità delle organizzazioni mafiose di mascherare la loro presenza, chi si farà avanti per comprare ville, case e terreni appartenuti ai boss e che rappresentavano altrettanti simboli del loro potere, costruito con la violenza, il sangue, i soprusi, fino all'intervento dello Stato. La vendita di quei beni significherà una cosa soltanto: che lo Stato si arrende di fronte alle difficoltà del loro pieno ed effettivo riutilizzo sociale, come prevede la legge. E il ritorno di quei beni nelle disponibilità dei clan a cui erano stati sottratti, grazie al lavoro delle forze dell'ordine e della magistratura, avrà un effetto dirompente sulla stessa credibilità delle istituzioni. Per queste ragioni Libera chiede al Governo e al Parlamento di ritirare l'emendamento sulla vendita dei beni confiscati.Non occorre essere un esperto del ramo per comprendere come e in quali condizioni potrebbero svolgersi tali aste in territori letteralmente dominati dalle organizzazioni criminali e dai loro protettori nelle istituzioni. Non a caso la legge fortemente voluta da Pio La Torre, il dirigente comunista ammazzato dai mafiosi, disponeva non solo il sequestro, ma anche la possibilità di assegnare i beni alle cooperative giovanili, a quelle associazioni che si battono per la legalità, a quanti non si sono mai arresi di fronte alle minacce e alle intimidazioni; in questo modo le terre di “cosa nostra” sono tornate ad essere “cosa nostra”, cioè un bene pubblico da amare, da proteggere, da coltivare, da far fruttare, nel senso pieno del termine.
L’appello di Libera
Tredici anni fa, oltre un milione di cittadini firmarono la petizione che chiedeva al Parlamento di approvare la legge per l’uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Un appello raccolto da tutte le forze politiche, che votarono all’unanimità le legge 109/96. Si coronava, così, il sogno di chi, a cominciare da Pio La Torre, aveva pagato con la propria vita l’impegno per sottrarre ai clan le ricchezze accumulate illegalmente. Oggi quell’impegno rischia di essere tradito. Un emendamento introdotto in Senato alla legge finanziaria, infatti, prevede la vendita dei beni confiscati che non si riescono a destinare entro tre o sei mesi. E’ facile immaginare, grazie alle note capacità delle organizzazioni mafiose di mascherare la loro presenza, chi si farà avanti per comprare ville, case e terreni appartenuti ai boss e che rappresentavano altrettanti simboli del loro potere, costruito con la violenza, il sangue, i soprusi, fino all’intervento dello Stato. La vendita di quei beni significherà una cosa soltanto: che lo Stato si arrende di fronte alle difficoltà del loro pieno ed effettivo riutilizzo sociale, come prevede la legge. E il ritorno di quei beni nelle disponibilità dei clan a cui erano stati sottratti, grazie al lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura, avrà un effetto dirompente sulla stessa credibilità delle istituzioni. Per queste ragioni chiediamo al governo e al Parlamento di ripensarci e di ritirare l’emendamento sulla vendita dei beni confiscati. Si rafforzi, piuttosto, l’azione di chi indaga per individuare le ricchezze dei clan. S’introducano norme che facilitano il riutilizzo sociale dei beni e venga data concreta attuazione alla norma che stabilisce la confisca di beni ai corrotti. E vengano destinate innanzitutto ai familiari delle vittime di mafia e ai testimoni di giustizia i soldi e le risorse finanziarie sottratte alle mafie. Ma non vendiamo quei beni confiscati che rappresentano il segno del riscatto di un’Italia civile, onesta e coraggiosa. Perché quei beni sono davvero tutti “cosa nostra”.



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