lunedì 14 giugno 2010

STORIA D'ITALIA

Si porta a conoscenza il lungo articolo di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo su Santa Maria Capua Vetere. Tre pagine centrali sul Corriere della Sera tutti farebbero la firma. In questo caso però non è una pubblicità progresso ma una vera e propria denuncia del cuore sgangherato della nostra città. Del resto anche noi in questo blog più volte abbiamo parlato del centro storico di Santa Maria mettendo in luce la profonda trasformazione degli ultimi trent'anni. Nessuno si offenda. Siamo chiamati tutti a intervenire per conoscere, per riflettere e per fermare questo orrendo scempio. Buona lettura.
""1861-2011 Visioni d' Italia il Paese di oggi nei Luoghi della Memoria. A Capua si fermò Annibale. Che poi non riuscì a conquistare Roma perché, «il poltrire, il vino, i banchetti, le prostitute, i bagni, l' ozio debilitarono corpi e animi».In rovina il palazzo di Garibaldi E' questa la vera resa di Capua E' «in restauro» l' edificio dove nel 1860 fu firmato «il trionfo d' Italia e del suo diritto». Tutto finì nella mani di don Nicola Di Muro «padrone e forse anche padrino» della città.
di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella

«In fase di restauro».
C' è scritto così nel sito Internet del Comune di Santa Maria Capua Vetere. Una beffa. Passateci davanti, al palazzo Teti Maffuccini, nel cuore sgangherato della cittadina. Ammesso che riusciate a individuarlo, soffocato com'è da quella orrenda gramigna cementizia cresciuta infestando tutto. Il tetto cade a pezzi, che non finiscono sulla strada soltanto perché questa è protetta da ponteggi così arrugginiti che ti chiedi come facciano ancora a stare su. La facciata è transennata. Dietro le transenne, tra la vegetazione, ecco rifiuti, frammenti di laterizi, cocci di bottiglie, cartacce. Il portone è sprangato forse da vent'anni. Accesso vietato. Ma a guardare le fotografie sul tavolo del prefetto Mario Morcone, capo dell'agenzia per i beni confiscati alla criminalità organizzata, viene il magone. Stanze dai preziosi affreschi devastate dall'umidità. Infissi divelti. Solai sfondati. Sterpaglie che spaccano i pavimenti e divorano i muri. Un incubo non raro in questa Italia, in questo Sud. Ma il degrado di palazzo Teti Maffuccini è particolarmente offensivo. Perché oltraggia la nostra storia.
Dice una lapide accanto al portone, sbiadita dall'oblio e dallo smog:
«In questa casa nel 1860 Giuseppe Garibaldi ebbe alloggio ed accoglienza ospitale. Qui il 2 novembre fu sottoscritta la resa di Capua che assicurò il trionfo d' Italia e del suo diritto. I cittadini di Santa Maria C.V., per ricordare que' giorni di palpiti e di gloria, il 1° ottobre 1883 posero». Quello che nessuna targa racconta è che, a dispetto di quei palpiti, della gloria e di Garibaldi, il palazzo era finito in brutte mani. Quelle di don Nicola Di Muro, definito dai giudici «il padrone e forse anche il padrino di Santa Maria Capua Vetere», protagonista indiscusso del «sacco» urbanistico.
Quando gli sequestrarono i beni, stesero un elenco di otto pagine: palazzine, terreni, società, una villa a Formia con piscina e 31 (trentuno) stanze, un quartierino a Parigi. E infine quel palazzo, appunto, che vide la resa dei Borboni e la nascita dell'Italia unita. Un patrimonio immenso, come immenso era il potere di don Nicola, che da Santa Maria si estendeva a Caserta e da Caserta su su fino a Roma. Lui decideva i sindaci, lui faceva le liste per le Regionali, lui mandava i suoi a Montecitorio e perfino a Strasburgo, dove arrivò a far eleggere il cognato Francesco Lamanna, poi pizzicato con due miliardi di lire su conti svizzeri intestati ai cani. Lui no, niente luci della ribalta. Preferiva la poltroncina di vicesindaco. Convinto che il potere, quello vero, fosse nell'ombra. Anche se il fedele Gennaro Ferriero, con un curioso ossimoro, teorizzava che con quell'uomo d' ombra Santa Maria, l' antica Capua che era stata la seconda città dell'impero romano, era tornata ad essere «il faro della Campania». Un faro oscurato negli anni Novanta da arresti, processi, sequestri di beni. E parzialmente riacceso nel 2002 col ritorno di don Nicola a sostegno del figlio Biagio, candidato da Forza Italia (con parallelo esodo di buona parte degli azzurri della prima ora: «Che schifo») e lui pure destinato anni dopo a occupare brevemente il posto di vicesindaco. Non con la destra, però: col centro-sinistra del sindaco attuale Giancarlo Giudicianni in una giunta appoggiata da rifondaroli e dipietristi e avversata al ballottaggio da un altro pezzo della sinistra con dentro i diessini e i comunisti italiani.
Misteri sammaritani... (nella foto l'anfiteatro campano di Santa Maria Capua Vetere)
Come il miracolo berlusconiano, passato in città nel giro di due anni da un umiliante 6% a un sonante 40% e passa. Tutta l'area, del resto, è politicamente un mistero. Non gaudioso, però.
Basti rileggere ciò che disse nel 2008 Raffaele Nogaro, per due decenni vescovo di Caserta: «Qui è la camorra che costituisce la politica, mi dispiace dirlo ma i nostri dirigenti sono tutti compromessi». «Tutti».
Parole che in altre realtà sarebbero esplose come una carica di dinamite. Qui no. Il caso del sottosegretario azzurro Nicola Cosentino e della richiesta (respinta) di arresto, doveva ancora emergere. Ma nessuno fiatò. È cambiato qualcosa? Mah...
Alcune cose restano incomprensibili. Come la difficoltà del pidiellino Domenico Zinzi, incapace per settimane di varare la giunta nonostante avesse vinto le provinciali col 64,4% dei voti. Colpa delle risse interne. E della pretesa del neo presidente, sbuffano gli avversari, di avere assessori senza doppio incarico: «Lui! Che si è preso la poltrona in Provincia senza mollare il seggio a Montecitorio!»
Coerenze. Quel palazzo della resa dei borbonici è oggi il simbolo diroccato della resa di Santa Maria, della politica, del Mezzogiorno. Nel 2009 era stata annunciata la sua destinazione a museo del Risorgimento. Ma era solo una dichiarazione estemporanea. Non se ne è più parlato. Ora c' è chi pensa che potrebbe diventare sede dell'Università. Ma ci vogliono denari. Tanti, in questi tempi di magra: non meno di 20 milioni.
Pochi luoghi come Santa Maria Capua Vetere e la provincia di Caserta di cui è il capoluogo giudiziario, danno l'idea di come esistano due Italie. Su una popolazione attiva di circa 600 mila persone, i senza lavoro sono 207 mila, il 35%. Il quadruplo della media italiana. Ancora più dei pensionati, che sono comunque un numero abnorme: 180 mila.
Nel 2009, su 5.600 ragazzi casertani che si sono laureati, appena 465 han trovato impiego sul territorio: l'8%. Come stupirsi se l' emigrazione è tornata a ritmi da dopoguerra, sfiorando il 24% dei giovani? Per non parlare del tasso di abbandono scolastico, stimato al 27%.
Il prefetto vicario, Franco Provolo, snocciola dati ottimistici, al netto dell'aumento dei reati di violenza sessuale e di usura: fra il 2008 e il 2009 i furti sono calati del 16,5%, le rapine del 18,1%, gli scippi del 54,9%... E la lotta alle cosche ha portato tra il 23 settembre del 2008 e il 22 aprile 2010 al sequestro di 2.643 beni, per un miliardo e 282 milioni.
Ma l'assedio della camorra, che come racconta Roberto Saviano ha occupato ogni spazio, asfissia. Lo dice lo studio «Trent'anni di sangue in terra di lavoro» di Luigi Ferraiolo, dove si legge che in vent'anni in provincia i morti ammazzati sono stati 646, che «i Casalesi stanno alla camorra come i Corleonesi stanno alla mafia» e che la situazione è oggi perfino peggiore di quella che spinse il 26 maggio 1927 Mussolini a tuonare contro «una popolazione che fin dai tempi dei Romani aveva una pessima reputazione ed era chiamata popolazione di latrones...».
Un' accusa vissuta ieri e oggi come una coltellata, ingiusta, da tutte le persone perbene ostaggio della criminalità. Lo conferma il libro «L'Impero» di Gigi Di Fiore, ricordando che il pentito Dario De Simone «spiegò con chiarezza come i Casalesi avessero messo le mani sull'appalto per il carcere di Santa Maria Capua Vetere». Lo ribadiscono le ricorrenti e disperate denunce dei magistrati. Cominciarono più di vent'anni fa, quei giudici che secondo Angelino Alfano sono chiamati a battersi sulla «frontiera più avanzata della camorra e dell'antistato» a dire che così non potevano andare avanti. Che non era possibile affermare la forza del diritto in quella sventurata terra con gli uffici giudiziari fatiscenti, il tribunale civile sparpagliato in tre condomini, i corridoi ingombri di montagne di fascicoli, i cancellieri ridotti al minimo e troppo spesso colpiti da «stress da udienza» e certe sedi distaccate quale Trentola Dugenta ingolfate da azzeccagarbugli ronzanti intorno al business dei rimborsi Rca al punto che il vicequestore Maurizio Vallone si spinse a scrivere che «la truffa in danno della compagnia assicurativa è diventata per il napoletano un vero e proprio ammortizzatore sociale».
Altissima litigiosità più indifferenza diffusa alle regole (basti dire che in provincia evade il canone Rai l'87% delle famiglie) più camorra. Dite voi: come si può affrontare un mix micidiale come questo, nella caldissima area di Marcianise, per esempio, con un magistrato ogni 30 mila abitanti? Messaggi accorati. Come quello inviato pochi mesi fa ad Alfano dal presidente del Tribunale, Andrea Della Selva: «Debbo ancora una volta segnalare la situazione drammatica in cui versano gli uffici giudiziari di Santa Maria Capua Vetere, privi di organici adeguati e dei mezzi indispensabili per fronteggiare con un minimo di decoro la domanda di giustizia eccezionalmente pressante in questo territorio...».
E che territorio, insistono in un' altra lettera il segretario e il presidente dell' Anm Giuseppe Meccariello e Carlo Fucci: «Un territorio nel quale esistono diverse organizzazioni criminali, una delle quali riconosciuta tra le più pericolose del mondo, ma anche un'illegalità diffusa che porta al proliferare di reati contro la pubblica amministrazione, di criminalità predatoria, di ogni tipo di truffa, di condotte che attentano gravemente all'ambiente ed alla sicurezza...» per non dire della «enorme domanda sul versante della giustizia civile».
Non c' è stato ministro, da Biondi a Flick, da Diliberto a Castelli, che non si sia impegnato come Alfano a dare subito «più uomini, mezzi e risorse». Fatto sta, racconta il giudice Paola Piccirillo, che «il cancelliere ultimo arrivato è stato assunto nel 1999», che i buchi nell'organico sono rimasti vistosi e destinati ad allargarsi con l' esodo di un' altra quindicina di toghe.
E capita ancora di scoprire che qualche fascicolo (come quello del panettiere italo-tunisino Bechir Boukari che aveva denunciato nel 1999 il suo ex datore di lavoro di Castel Volturno) è sparito nel nulla.
I grandi setifici, che avevano fatto del Casertano la punta di diamante dell'industria serica italiana, sono un ricordo. Il tessuto industriale è duramente provato. Della vecchia Italtel di Santa Maria, una fabbrica che in una città di 30 mila abitanti era arrivata a occupare 3.500 addetti, non restano che 140 cassintegrati.
Le imprese americane del circondario, la 3M, la Worthington, la Union Carbide, pian piano se ne sono andate, lasciando spazio a un nuovo business. Quello delle aree industriali dismesse.
Carmine Crisci, un sindacalista della Cisl che si batte da anni contro queste speculazioni spiega il giochetto: «Si compra l' area di una fabbrica che sta chiudendo, spesso a costo zero. Poi si cambia la destinazione d'uso, con la complicità degli enti locali. Quindi si costruisce: centri commerciali, casermoni, multisale. Quel che capita.
Emblematico è il caso della 3M: 370 mila metri quadrati rilevati per un pezzo di pane e rivenduti a 23 milioni di euro». Va da sé che un business così redditizio è finito fatalmente per interessare la camorra. La criminalità è infiltrata ovunque. Nell'edilizia. Negli appalti. Nella pubblica amministrazione, l' altra grande mammella.
Quanto grande, lo dice il numero dei dipendenti pubblici. Il solo Comune di Santa Maria ne ha oltre 300. Per non dire dei custodi e addetti vari ai resti archeologici. In passato, grazie al «buon cuore» di Vincenzo Scotti, all'epoca potente dc e oggi sottosegretario agli Esteri, avevano superato quota 200. Da brividi. Oggi restano in 124. Di quel battaglione, 28 sono all'anfiteatro dell'antica Capua, 17 a Succivo, 20 ad Alife, 23 a Teano, 16 a Maddaloni. Altri 20, non sapendo cosa farne, li hanno spediti al Centro incremento ippico. Se abbiano incrementato gli equini non si sa. Certo, chi è rimasto all'anfiteatro non pare aver concorso a un incremento dei visitatori. Nonostante quello capuano sia il più grande dell'antichità dopo il Colosseo. Nonostante sia gravido di storia perché ospitava la scuola dei gladiatori dalla quale, nel 73 avanti Cristo, Spartaco fuggì innescando la leggendaria rivolta degli schiavi.
Certo, il sito Internet comunale accredita la tesi di un aumento delle presenze: alla fine degli anni Novanta arrivavano poco più di 15 mila persone l'anno (41 al giorno) e nel 2009 sono salite a 26 mila: 71 al dì.
Tre per guardiano. Una svolta virtuosa.
Marcata anche dal confronto con l' Arena di Verona. Dodici anni fa, fatto il rapporto coi visitatori e i biglietti venduti, il carico di lavoro rispetto ai colleghi veronesi era 732 volte più basso. Oggi è più leggero «soltanto» di 384 volte. Il paragone con l' Arena che ha una decina di addetti fra sorveglianti e amministrativi e 750 mila visitatori l' anno (esclusa l'attività teatrale) è forzato? Forse. Fra Verona e Santa Maria, purtroppo, c'è un abisso. Come c'è un abisso fra Caserta e Versailles, anche se la Reggia dei Borbone non ha molto da invidiare a quella di Luigi XIV.
Ma fra i 26 mila turisti che mordono e fuggono da Capua dopo aver lasciato complessivamente 100 mila euro l'anno e i 750 mila che portano all'Arena 2 milioni e mezzo sarebbe assurdo pretendere una via di mezzo? E sarebbe ingeneroso pretenderla, questa via di mezzo, fra i 600 mila visitatori paganti della Reggia casertana (che di addetti ne impiega altri 120) e i dieci milioni di Versailles? Certo, occorrerebbero accordi con i principali tour operator, un sito Internet decente, pacchetti turistici internazionali...
Insomma, tutto ciò che si fa nel resto del mondo. Ma soprattutto, forse, ci vorrebbe più rispetto per la storia. Che qui, dove la barbarie palazzinara si è spinta a costruire un condominio sulla casa romana di Publio Cofuleio Sabbio (occorre suonare a un campanello di via Aldo Moro 212: «Scusi, potrei vedere la domus in cantina?») è stata troppo spesso rimossa.
E di storia, a Capua, trasuda la terra. Qui si fermò Annibale mancando poi la conquista di Roma, a leggere Tito Livio, perché «il poltrire a letto, il vino, i banchetti, le prostitute, i bagni, l' ozio a tal punto debilitarono i corpi e gli animi che ... quando Annibale uscì da Capua sembrava fosse a capo di ben altri uomini».
Qui, dopo la battaglia del Volturno, si dissolse l' epopea dei Mille di Garibaldi, partito lui pure con l' idea (svanita) di prendere Roma. «Caduta Capua», rievoca mestamente nelle sue memorie l' ex aiutante di campo dell'Eroe dei due mondi, Giuseppe Bandi, «il nostro compito era finito. L' esercito regolare s' apparecchiava a circondar Gaeta, re Vittorio si avvicinava a Napoli e Garibaldi non vedeva l' ora di tornarsene alla sua Caprera...».
Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella - Corriere della Sera - 12 giugno 2010 ""

Si porta a conoscenza il lungo articolo di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo su Santa Maria Capua Vetere. Tre pagine centrali sul Corriere della Sera tutti farebbero la firma. In questo caso però non è una pubblicità progresso ma una vera e propria denuncia del cuore sgangherato della nostra città. Del resto anche noi in questo blog più volte abbiamo parlato del centro storico di Santa Maria mettendo in luce la profonda trasformazione degli ultimi trent'anni. Nessuno si offenda. Siamo chiamati tutti a intervenire per conoscere, per riflettere e per fermare questo orrendo scempio. Buona lettura.
""1861-2011 Visioni d' Italia il Paese di oggi nei Luoghi della Memoria. A Capua si fermò Annibale. Che poi non riuscì a conquistare Roma perché, «il poltrire, il vino, i banchetti, le prostitute, i bagni, l' ozio debilitarono corpi e animi».In rovina il palazzo di Garibaldi E' questa la vera resa di Capua E' «in restauro» l' edificio dove nel 1860 fu firmato «il trionfo d' Italia e del suo diritto». Tutto finì nella mani di don Nicola Di Muro «padrone e forse anche padrino» della città.
di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella

«In fase di restauro».
C' è scritto così nel sito Internet del Comune di Santa Maria Capua Vetere. Una beffa. Passateci davanti, al palazzo Teti Maffuccini, nel cuore sgangherato della cittadina. Ammesso che riusciate a individuarlo, soffocato com'è da quella orrenda gramigna cementizia cresciuta infestando tutto. Il tetto cade a pezzi, che non finiscono sulla strada soltanto perché questa è protetta da ponteggi così arrugginiti che ti chiedi come facciano ancora a stare su. La facciata è transennata. Dietro le transenne, tra la vegetazione, ecco rifiuti, frammenti di laterizi, cocci di bottiglie, cartacce. Il portone è sprangato forse da vent'anni. Accesso vietato. Ma a guardare le fotografie sul tavolo del prefetto Mario Morcone, capo dell'agenzia per i beni confiscati alla criminalità organizzata, viene il magone. Stanze dai preziosi affreschi devastate dall'umidità. Infissi divelti. Solai sfondati. Sterpaglie che spaccano i pavimenti e divorano i muri. Un incubo non raro in questa Italia, in questo Sud. Ma il degrado di palazzo Teti Maffuccini è particolarmente offensivo. Perché oltraggia la nostra storia.
Dice una lapide accanto al portone, sbiadita dall'oblio e dallo smog:
«In questa casa nel 1860 Giuseppe Garibaldi ebbe alloggio ed accoglienza ospitale. Qui il 2 novembre fu sottoscritta la resa di Capua che assicurò il trionfo d' Italia e del suo diritto. I cittadini di Santa Maria C.V., per ricordare que' giorni di palpiti e di gloria, il 1° ottobre 1883 posero». Quello che nessuna targa racconta è che, a dispetto di quei palpiti, della gloria e di Garibaldi, il palazzo era finito in brutte mani. Quelle di don Nicola Di Muro, definito dai giudici «il padrone e forse anche il padrino di Santa Maria Capua Vetere», protagonista indiscusso del «sacco» urbanistico.
Quando gli sequestrarono i beni, stesero un elenco di otto pagine: palazzine, terreni, società, una villa a Formia con piscina e 31 (trentuno) stanze, un quartierino a Parigi. E infine quel palazzo, appunto, che vide la resa dei Borboni e la nascita dell'Italia unita. Un patrimonio immenso, come immenso era il potere di don Nicola, che da Santa Maria si estendeva a Caserta e da Caserta su su fino a Roma. Lui decideva i sindaci, lui faceva le liste per le Regionali, lui mandava i suoi a Montecitorio e perfino a Strasburgo, dove arrivò a far eleggere il cognato Francesco Lamanna, poi pizzicato con due miliardi di lire su conti svizzeri intestati ai cani. Lui no, niente luci della ribalta. Preferiva la poltroncina di vicesindaco. Convinto che il potere, quello vero, fosse nell'ombra. Anche se il fedele Gennaro Ferriero, con un curioso ossimoro, teorizzava che con quell'uomo d' ombra Santa Maria, l' antica Capua che era stata la seconda città dell'impero romano, era tornata ad essere «il faro della Campania». Un faro oscurato negli anni Novanta da arresti, processi, sequestri di beni. E parzialmente riacceso nel 2002 col ritorno di don Nicola a sostegno del figlio Biagio, candidato da Forza Italia (con parallelo esodo di buona parte degli azzurri della prima ora: «Che schifo») e lui pure destinato anni dopo a occupare brevemente il posto di vicesindaco. Non con la destra, però: col centro-sinistra del sindaco attuale Giancarlo Giudicianni in una giunta appoggiata da rifondaroli e dipietristi e avversata al ballottaggio da un altro pezzo della sinistra con dentro i diessini e i comunisti italiani.
Misteri sammaritani... (nella foto l'anfiteatro campano di Santa Maria Capua Vetere)
Come il miracolo berlusconiano, passato in città nel giro di due anni da un umiliante 6% a un sonante 40% e passa. Tutta l'area, del resto, è politicamente un mistero. Non gaudioso, però.
Basti rileggere ciò che disse nel 2008 Raffaele Nogaro, per due decenni vescovo di Caserta: «Qui è la camorra che costituisce la politica, mi dispiace dirlo ma i nostri dirigenti sono tutti compromessi». «Tutti».
Parole che in altre realtà sarebbero esplose come una carica di dinamite. Qui no. Il caso del sottosegretario azzurro Nicola Cosentino e della richiesta (respinta) di arresto, doveva ancora emergere. Ma nessuno fiatò. È cambiato qualcosa? Mah...
Alcune cose restano incomprensibili. Come la difficoltà del pidiellino Domenico Zinzi, incapace per settimane di varare la giunta nonostante avesse vinto le provinciali col 64,4% dei voti. Colpa delle risse interne. E della pretesa del neo presidente, sbuffano gli avversari, di avere assessori senza doppio incarico: «Lui! Che si è preso la poltrona in Provincia senza mollare il seggio a Montecitorio!»
Coerenze. Quel palazzo della resa dei borbonici è oggi il simbolo diroccato della resa di Santa Maria, della politica, del Mezzogiorno. Nel 2009 era stata annunciata la sua destinazione a museo del Risorgimento. Ma era solo una dichiarazione estemporanea. Non se ne è più parlato. Ora c' è chi pensa che potrebbe diventare sede dell'Università. Ma ci vogliono denari. Tanti, in questi tempi di magra: non meno di 20 milioni.
Pochi luoghi come Santa Maria Capua Vetere e la provincia di Caserta di cui è il capoluogo giudiziario, danno l'idea di come esistano due Italie. Su una popolazione attiva di circa 600 mila persone, i senza lavoro sono 207 mila, il 35%. Il quadruplo della media italiana. Ancora più dei pensionati, che sono comunque un numero abnorme: 180 mila.
Nel 2009, su 5.600 ragazzi casertani che si sono laureati, appena 465 han trovato impiego sul territorio: l'8%. Come stupirsi se l' emigrazione è tornata a ritmi da dopoguerra, sfiorando il 24% dei giovani? Per non parlare del tasso di abbandono scolastico, stimato al 27%.
Il prefetto vicario, Franco Provolo, snocciola dati ottimistici, al netto dell'aumento dei reati di violenza sessuale e di usura: fra il 2008 e il 2009 i furti sono calati del 16,5%, le rapine del 18,1%, gli scippi del 54,9%... E la lotta alle cosche ha portato tra il 23 settembre del 2008 e il 22 aprile 2010 al sequestro di 2.643 beni, per un miliardo e 282 milioni.
Ma l'assedio della camorra, che come racconta Roberto Saviano ha occupato ogni spazio, asfissia. Lo dice lo studio «Trent'anni di sangue in terra di lavoro» di Luigi Ferraiolo, dove si legge che in vent'anni in provincia i morti ammazzati sono stati 646, che «i Casalesi stanno alla camorra come i Corleonesi stanno alla mafia» e che la situazione è oggi perfino peggiore di quella che spinse il 26 maggio 1927 Mussolini a tuonare contro «una popolazione che fin dai tempi dei Romani aveva una pessima reputazione ed era chiamata popolazione di latrones...».
Un' accusa vissuta ieri e oggi come una coltellata, ingiusta, da tutte le persone perbene ostaggio della criminalità. Lo conferma il libro «L'Impero» di Gigi Di Fiore, ricordando che il pentito Dario De Simone «spiegò con chiarezza come i Casalesi avessero messo le mani sull'appalto per il carcere di Santa Maria Capua Vetere». Lo ribadiscono le ricorrenti e disperate denunce dei magistrati. Cominciarono più di vent'anni fa, quei giudici che secondo Angelino Alfano sono chiamati a battersi sulla «frontiera più avanzata della camorra e dell'antistato» a dire che così non potevano andare avanti. Che non era possibile affermare la forza del diritto in quella sventurata terra con gli uffici giudiziari fatiscenti, il tribunale civile sparpagliato in tre condomini, i corridoi ingombri di montagne di fascicoli, i cancellieri ridotti al minimo e troppo spesso colpiti da «stress da udienza» e certe sedi distaccate quale Trentola Dugenta ingolfate da azzeccagarbugli ronzanti intorno al business dei rimborsi Rca al punto che il vicequestore Maurizio Vallone si spinse a scrivere che «la truffa in danno della compagnia assicurativa è diventata per il napoletano un vero e proprio ammortizzatore sociale».
Altissima litigiosità più indifferenza diffusa alle regole (basti dire che in provincia evade il canone Rai l'87% delle famiglie) più camorra. Dite voi: come si può affrontare un mix micidiale come questo, nella caldissima area di Marcianise, per esempio, con un magistrato ogni 30 mila abitanti? Messaggi accorati. Come quello inviato pochi mesi fa ad Alfano dal presidente del Tribunale, Andrea Della Selva: «Debbo ancora una volta segnalare la situazione drammatica in cui versano gli uffici giudiziari di Santa Maria Capua Vetere, privi di organici adeguati e dei mezzi indispensabili per fronteggiare con un minimo di decoro la domanda di giustizia eccezionalmente pressante in questo territorio...».
E che territorio, insistono in un' altra lettera il segretario e il presidente dell' Anm Giuseppe Meccariello e Carlo Fucci: «Un territorio nel quale esistono diverse organizzazioni criminali, una delle quali riconosciuta tra le più pericolose del mondo, ma anche un'illegalità diffusa che porta al proliferare di reati contro la pubblica amministrazione, di criminalità predatoria, di ogni tipo di truffa, di condotte che attentano gravemente all'ambiente ed alla sicurezza...» per non dire della «enorme domanda sul versante della giustizia civile».
Non c' è stato ministro, da Biondi a Flick, da Diliberto a Castelli, che non si sia impegnato come Alfano a dare subito «più uomini, mezzi e risorse». Fatto sta, racconta il giudice Paola Piccirillo, che «il cancelliere ultimo arrivato è stato assunto nel 1999», che i buchi nell'organico sono rimasti vistosi e destinati ad allargarsi con l' esodo di un' altra quindicina di toghe.
E capita ancora di scoprire che qualche fascicolo (come quello del panettiere italo-tunisino Bechir Boukari che aveva denunciato nel 1999 il suo ex datore di lavoro di Castel Volturno) è sparito nel nulla.
I grandi setifici, che avevano fatto del Casertano la punta di diamante dell'industria serica italiana, sono un ricordo. Il tessuto industriale è duramente provato. Della vecchia Italtel di Santa Maria, una fabbrica che in una città di 30 mila abitanti era arrivata a occupare 3.500 addetti, non restano che 140 cassintegrati.
Le imprese americane del circondario, la 3M, la Worthington, la Union Carbide, pian piano se ne sono andate, lasciando spazio a un nuovo business. Quello delle aree industriali dismesse.
Carmine Crisci, un sindacalista della Cisl che si batte da anni contro queste speculazioni spiega il giochetto: «Si compra l' area di una fabbrica che sta chiudendo, spesso a costo zero. Poi si cambia la destinazione d'uso, con la complicità degli enti locali. Quindi si costruisce: centri commerciali, casermoni, multisale. Quel che capita.
Emblematico è il caso della 3M: 370 mila metri quadrati rilevati per un pezzo di pane e rivenduti a 23 milioni di euro». Va da sé che un business così redditizio è finito fatalmente per interessare la camorra. La criminalità è infiltrata ovunque. Nell'edilizia. Negli appalti. Nella pubblica amministrazione, l' altra grande mammella.
Quanto grande, lo dice il numero dei dipendenti pubblici. Il solo Comune di Santa Maria ne ha oltre 300. Per non dire dei custodi e addetti vari ai resti archeologici. In passato, grazie al «buon cuore» di Vincenzo Scotti, all'epoca potente dc e oggi sottosegretario agli Esteri, avevano superato quota 200. Da brividi. Oggi restano in 124. Di quel battaglione, 28 sono all'anfiteatro dell'antica Capua, 17 a Succivo, 20 ad Alife, 23 a Teano, 16 a Maddaloni. Altri 20, non sapendo cosa farne, li hanno spediti al Centro incremento ippico. Se abbiano incrementato gli equini non si sa. Certo, chi è rimasto all'anfiteatro non pare aver concorso a un incremento dei visitatori. Nonostante quello capuano sia il più grande dell'antichità dopo il Colosseo. Nonostante sia gravido di storia perché ospitava la scuola dei gladiatori dalla quale, nel 73 avanti Cristo, Spartaco fuggì innescando la leggendaria rivolta degli schiavi.
Certo, il sito Internet comunale accredita la tesi di un aumento delle presenze: alla fine degli anni Novanta arrivavano poco più di 15 mila persone l'anno (41 al giorno) e nel 2009 sono salite a 26 mila: 71 al dì.
Tre per guardiano. Una svolta virtuosa.
Marcata anche dal confronto con l' Arena di Verona. Dodici anni fa, fatto il rapporto coi visitatori e i biglietti venduti, il carico di lavoro rispetto ai colleghi veronesi era 732 volte più basso. Oggi è più leggero «soltanto» di 384 volte. Il paragone con l' Arena che ha una decina di addetti fra sorveglianti e amministrativi e 750 mila visitatori l' anno (esclusa l'attività teatrale) è forzato? Forse. Fra Verona e Santa Maria, purtroppo, c'è un abisso. Come c'è un abisso fra Caserta e Versailles, anche se la Reggia dei Borbone non ha molto da invidiare a quella di Luigi XIV.
Ma fra i 26 mila turisti che mordono e fuggono da Capua dopo aver lasciato complessivamente 100 mila euro l'anno e i 750 mila che portano all'Arena 2 milioni e mezzo sarebbe assurdo pretendere una via di mezzo? E sarebbe ingeneroso pretenderla, questa via di mezzo, fra i 600 mila visitatori paganti della Reggia casertana (che di addetti ne impiega altri 120) e i dieci milioni di Versailles? Certo, occorrerebbero accordi con i principali tour operator, un sito Internet decente, pacchetti turistici internazionali...
Insomma, tutto ciò che si fa nel resto del mondo. Ma soprattutto, forse, ci vorrebbe più rispetto per la storia. Che qui, dove la barbarie palazzinara si è spinta a costruire un condominio sulla casa romana di Publio Cofuleio Sabbio (occorre suonare a un campanello di via Aldo Moro 212: «Scusi, potrei vedere la domus in cantina?») è stata troppo spesso rimossa.
E di storia, a Capua, trasuda la terra. Qui si fermò Annibale mancando poi la conquista di Roma, a leggere Tito Livio, perché «il poltrire a letto, il vino, i banchetti, le prostitute, i bagni, l' ozio a tal punto debilitarono i corpi e gli animi che ... quando Annibale uscì da Capua sembrava fosse a capo di ben altri uomini».
Qui, dopo la battaglia del Volturno, si dissolse l' epopea dei Mille di Garibaldi, partito lui pure con l' idea (svanita) di prendere Roma. «Caduta Capua», rievoca mestamente nelle sue memorie l' ex aiutante di campo dell'Eroe dei due mondi, Giuseppe Bandi, «il nostro compito era finito. L' esercito regolare s' apparecchiava a circondar Gaeta, re Vittorio si avvicinava a Napoli e Garibaldi non vedeva l' ora di tornarsene alla sua Caprera...».
Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella - Corriere della Sera - 12 giugno 2010 ""

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